L’intervento dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze

L’intervento dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, nella riscoperta delle pitture della “Camera del Paradiso” si è innestato sul precedente ritrovamento del ciclo al momento in cui la necessaria rimozione dello scialbo faceva temere per l’integrità della sottostante delicatissima pittura. Nell’autunno dello scorso anno infatti la Soprintendenza di Modena e Reggio, nella persona del Dott. Filippo Trevisani, interpellava la Direttrice dell’Istituto fiorentino, Dott.ssa Cristina Acidini, al fine di mettere a punto una metodologia di lavoro idonea e compatibile con l’oggettiva difficoltà di tutta l’operazione. Si trattava cioè di procedere al completo restauro di una delle lunette, intervenendo su questa come su un “campione” o meglio come su un ”oggetto pilota”. Su questo “oggetto pilota” si decise quindi di effettuare tutte le operazioni (documentarie, diagnostiche e conservative) in modo da creare un modello di lavoro valido per tutto il ciclo e giungere così alla redazione di un progetto di recupero dell’intera stanza. A tale scopo è stato necessario conoscere la tecnica pittorica impiegata dal pittore per approfondire la conoscenza sull’attuale stato di conservazione e i relativi processi di degrado. Analogamente sono state prese in esame le vicissitudini storiche e gli interventi pregressi.
Dopo una preliminare fase di ricognizione su tutte le lunette, la scelta è stata rivolta verso la lunetta situata sulla parete nord in prossimità dell’angolo destro. Lo stato di conservazione e la tecnica esecutiva della lunetta prescelta sono apparsi un campione sufficientemente rappresentativo dell’intero ciclo pittorico. Tuttavia si è potuto constatare che ognuna delle pitture presenta alcune particolarità che fanno supporre una situazione estremamente eterogenea.
I primi risultati delle indagini scientifiche indicano che questi dipinti non sono stati realizzati in affresco, ma sono stati eseguiti a tempera su una spessa preparazione simile ad una ammannitura, con una tecnica analoga a quella della pittura su tavola, utilizzando una gamma di pigmenti particolarmente ricca e raffinata, tra cui si può ricordare la Malachite, il Cinabro e la Biacca. La pellicola pittorica è composta da numerose velature sovrapposte fino a creare una consistenza materica densa e corposa. Una pittura così fatta, differentemente da ciò che si potrebbe pensare, risulta particolarmente fragile in quanto non ha per sua propria natura una forte adesione con l’intonaco di supporto.
I dipinti presentano i segni di un improvvido parziale tentativo di scopritura che ha provocato numerose abrasioni e distacchi del film pittorico. Tuttavia si è potuto constatare che la prima scialbatura è stata applicata quando i dipinti erano
già in parte abrasi e degradati. Sulla lunetta scelta si è pure potuta verificare la presenza di ben cinque strati di imbiancature, la cui rimozione è risultata essere particolarmente complessa a causa della delicatezza dei dipinti.
La ricerca di un appropriato metodo di scopritura è stata effettuata seguendo numerosi procedimenti che consentissero il preventivo consolidamento del colore originale, facilitando così la rimozione delle scialbature ad esso sovrapposte. Buona parte della rimozione dello scialbo è stata eseguita con il bisturi assottigliandone lo spessore e alternativamente consolidando il colore con l’uso sia di prodotti di natura sintetica sia di materiali di natura minerale. Successivamente, in alcune zone si è proceduto ad una ulteriore pulitura che ha consentito di rimuovere ed alleggerire lo sporco depositato fra lo scialbo e la pellicola pittorica originale caratterizzato da depositi di origine carbonatica e da filmogeni organici. Infine le abrasioni e le lacune del film pittorico sono state ritoccate con velature ad acquerello in una tonalità lievemente intonata al colore originale. Al fine di ottenere una generale omogeneità di tutto il ciclo pittorico, sia il grado di pulitura sia il ritocco fin qui raggiunto dovranno essere successivamente rivisti per mettere questa lunetta in equilibrio con le altre non ancora liberate dallo scialbo. Inoltre, nel corso dell’intervento, si è potuto osservare che sulla pellicola pittorica è in atto la crescita e lo sviluppo di microrganismi biodeteriogeni, sottoforma di piccoli puntini neri di cui le indagini scientifiche in corso dovranno chiarire la tipologia biologica.
Si deve ricordare che le prove e le esperienze fin qui realizzate pur avendo fornito molte informazioni sulla caratterizzazione dei dipinti, sul loro degrado e sulle metodologie dell’intervento di restauro, a causa della complessità della tecnica esecutiva e della diffusa discontinuità delle condizioni conservative non hanno tanto un carattere esaustivo quanto un valore di puro orientamento generale. Attraverso ulteriori approfondimenti di indagine sarà possibile individuare una appropriata e calibrata procedura su questioni rimaste per il momento irrisolte quali il consolidamento del colore o la rimozione e l’inibizione alla futura crescita dei microrganismi.
La ricerca della metodologia di intervento e l’esecuzione del restauro della prima lunetta sono state realizzate dal gennaio ad oggi a cura dei restauratori Alberto Felici e Mariarosa Lanfranchi con la direzione di Cristina Danti; le indagini chimiche e biologiche sono state eseguite da Giancarlo Lanterna e Isetta Tosini con la direzione di Daniela Pinna; la documentazione fotografica e la fluorescenza in U.V. è stata eseguita da Sergio Cipriani con la direzione di Alfredo Aldrovandi. I lavori sono proceduti di concerto con il Dott. Angelo Mazza della Soprintendenza di Modena e Reggio Emilia. Il Comune di Scandiano si è fatto carico dell’organizzazione generale nonché delle spese relative alle trasferte del personale dell’Opificio.